• 30/11/2022

Come si concilia il settore ICT con la green economy?

 Come si concilia il settore ICT con la green economy?

Paolo Costa Spindox

Spindox, tra le prime 50 imprese del settore ICT nel nostro Paese per volume d’affari e una di quelle con il più alto tasso di crescita negli ultimi cinque anni (CAGR 2017- 2021 pari al 21%) nel progettare, sviluppare e integrare innovazione per aziende clienti, risponde ad una delle domande chiave per il futuro dell’ICT. Ne parliamo con Paolo Costa, investor relator e co-fondatore della società

 

La crescita nel settore ICT in Italia era prevista per il 2022 attorno al 5%, seppur poi sia stata rivista. Ma nonostante il clima incerto di questo inizio d’anno, la vostra società cresce a cifra doppia già nel primo quarter. Quali fattori globali hanno inciso, secondo lei?

«Guardiamo al futuro con una certa serenità e cresciamo a tassi superiori alla media perché siamo focalizzati sulle competenze e le tecnologie più richieste. Quello dell’ICT è un settore molto ampio, che include attività assai diverse fra loro: da chi rivende computer ai system integrator, dalle società che si occupano di soluzioni specifiche a chi costruisce piattaforme software ecc.

Il nostro focus sono le tecnologie trasformative, che contribuiscono maggiormente alla trasformazione del business dei nostri clienti, alla digital transformation. Queste sono soprattutto il cloud computing, le applicazioni e i servizi da portare nel cloud (processo che continua in modo significativo e che, per il settore assicurativo e bancario, sta cominciando solo adesso), l’Internet of Things, ovvero l’ambito dei dispositivi connessi, l’Intelligenza Artificiale (dove abbiamo una posizione di leadership in Italia), poi tutto il mondo delle applicazioni multi-piattaforma, ossia accessibili simultaneamente da tutti i dispositivi. Dunque, la nostra performance è dovuta al fatto noi siamo specializzati e competenti in quel segmento di ICT che oggi guida la crescita del mercato, mentre ci occupiamo  meno di quello che è ormai pura commodity. Poi, incide il fatto che lavoriamo con clienti storici di alto livello che offrono opportunità di collaborazione straordinarie (gruppi bancari, tutta l’industria automotive italiana, il comparto dell’energia, quello nelle utilities…). Non ultimo, il fattore chiave forse: quello di proporre contenuti estremamente innovativi. Da sempre investiamo molto in ricerca e sviluppo, oltre il 2% del nostro fatturato, per industrializzare soluzioni innovative che portiamo sul mercato. Il 2022 sarà, in ogni caso, un anno complicato. È comprensibile che ci siano anche clienti più cauti e spaventati, anche a causa dei ben noti problemi relativi alla filiera logistica. Pensiamo, ad esempio, alla mancanza della componentistica».

Considerando la difficile trasformazione digitale in un’ottica anche green, quale ostacolo ricorre nel rapporto con le aziende clienti che chiedono innovazione in tal senso?

«Fino a pochi anni fa non avrei immaginato di dover attribuire tanta importanza al concetto di sostenibilità nell’ambito del nostro modello di business. Oggi invece è diventato un tema centrale anche per noi. Ci sono pressioni in due sensi: i clienti, specie quelli più grandi e con una cultura più evoluta, sono i primi a chiederci di essere sostenibili, altrimenti non ci scelgono. Enel, Poste Italiane, Ferrero, Vodafone ecc. sono società che ci fanno uno screening e ci misurano giorno per giorno rispetto alla nostra capacità di essere sostenibili. Ci scelgono solo se rispettiamo standard sempre più stringenti. Ecco perché abbiamo sottoscritto un impegno (e dunque dobbiamo rispettarlo) per ridurre il nostro carbon footprint ogni anno, ad esempio. Sono perciò già i clienti che ci chiedono sostenibilità, e non solo in campo ambientale. Sotto il profilo sociale, uno dei temi più caldi è la equa rappresentazione di genere in azienda e in particolare nel management. Il settore ICT è notoriamente sbilanciato a favore del personale maschile. Si tratta di uno squilibrio che siamo impegnati a correggere. Poi c’è la sfida a carico dei clienti, i quali a loro volta devono essere più “green” e ci chiedono di aiutarli a raggiungere tale obiettivo. E in tal senso diamo il nostro contributo in due modi: fornendo tecnologie che permettono di rendere i processi produttivi e distributivi sempre più efficienti e dunque di ottenere un risparmio di risorse energetiche e la riduzione dell’impatto. Tutto ciò, ovviamente, deve essere misurabile sulla base di parametri oggettivi. Abbiamo anche lavorato alla riduzione dell’impatto delle infrastrutture dei data center, notoriamente energivori. Riuscire a ridurre i consumi in questo campo del 3% è già un risultato.  Il tema è rilevante nel momento in cui le aziende ci chiedono di migrare in infrastrutture cloud (in quelle di Amazon, Google, Microsoft ecc.) le applicazioni gestite on-premise (in casa). Ci viene richiesto spesso di costruire un business case del carbon footprint e per quantificare la riduzione di impatto di CO2 nell’atmosfera derivante da questo passaggio. Con l’ICT aiutiamo a efficientare insomma molti processi e quindi anche l’impatto che hanno sull’ambiente».

Ma un’azienda deve presentare una certificazione specifica in materia, in base alla normativa europea?

«Siamo tra le poche realtà della nostra dimensione ad avere già un report di sostenibilità, al momento non obbligatorio. Nel 2021 abbiamo rilasciato il nostro secondo “Bilancio di sostenibilità sociale e ambientale”.  L’Unione Europea sta emanando norme per incentivare la rendicontazione e la comunicazione degli aspetti non finanziari. La recente proposta di modifica di Direttiva sulla Rendicontazione Non Finanziaria porterà a un ampliamento del perimetro delle aziende soggette ad obbligo di disclosure su questi temi: la soglia minima sarà abbassata da 500 a 250 dipendenti, mentre gli obblighi di comunicazione sui rischi e sugli impatti relativi ai temi di sostenibilità saranno rafforzati».

L’Intelligenza artificiale come sta penetrando il settore della green economy, ci può fare qualche esempio?

«Per un nostro cliente attivo nel settore del fast fashion stiamo introducendo un modello di gestione del riassortimento di tutti i punti vendita basato sull’analisi in tempo reale dei dati provenienti dai negozi, in modo da pianificare la distribuzione della merce sulla base di tutte le informazioni sulle vendite che in tempo reale arrivano dagli store. L’obiettivo è abbassare la percentuale di invenduto e ridurre il fenomeno dell’out-of-stock. Un altro esempio è Enel, che ci ha incaricato di realizzare un sistema di supporto alle decisioni per ottimizzare la gestione dell’inventario dei magazzini relativi agli impianti di generazione di energia. Il sistema utilizzerà gli algoritmi della piattaforma di decision intelligence Ublique©, progettata da Spindox. Il cuore del progetto è l’inventory optimization delle parti di ricambio degli impianti, con l’obiettivo di tenere sotto controllo il working capital ottimizzando le quantità presenti a stock e quelle da riordinare nel rispetto dei livelli di servizio. In particolare, Enel ha richiesto di identificare la migliore politica di riordino per le parti di ricambio presenti in magazzino e i valori dei parametri caratteristici potendo classificare in automatico la criticità dei materiali».

Quanto possono essere economicamente ancora più proficui questi processi nel prossimo futuro?

«Siamo solo all’inizio e tutto dipende da molti fattori. Tutto quello che facciamo si traduce in calcoli, elaborati da computer che consumano energia. Dunque, la domanda è: che margine abbiamo per ridurre l’energia consumata da queste macchine? Dal punto di vista tecnologico, direi con l’ottimizzazione di una qualsiasi infrastruttura – ad esempio, un data center – perché possa essere non solo sempre più efficiente ma possa consumare meno (i server consumano molta energia elettrica e devono essere raffreddati, il che comporta un ulteriore dispendio: oggi, si calcola che il mondo dei data center abbia un impatto pari a tra il 4 e il 7% dei consumi elettrici nel pianeta). Sullo sfondo c’è la progressiva maturazione del paradigma del Quantum Computing. Ossia, un tipo di calcolo che sfrutta – appunto – le proprietà collettive degli stati quantistici. I computer quantistici, al momento in fase sperimentale, permettono di risolvere problemi particolarmente complessi, anche quelli che oggi bloccano i supercomputer tradizionali. Inoltre sono macchine più piccole e che richiedono meno energia dei supercomputer. Possiamo ipotizzare che ne deriverà un impatto positivo sui consumi energetici. E tra una decina di anni questo sarà una realtà».

Antonella Tereo

Leggi anche