• 25/10/2021

Economia dei dati: l’Italia post covid può ripartire da qui

 Economia dei dati: l’Italia post covid può ripartire da qui

Finger about to press a start button with a dial where it is written the word recovery. Concept image for illustration of crisis or disaster recovery plan.

Tutti conosciamo bene quanto siano importanti i nostri dati, ceduti gratuitamente attraverso l’utilizzo di tecnologie e piattaforme che sono oramai divenute di uso comune, quali sistemi di cloud computing, internet of things, big data & analytics, artificial intelligence, augmented reality & virtual reality, advanced robotics, 3D printing e 5G.

Essi costituiscono le fondamenta della data economy, una forma di commercio che aprirà nuove vie di scambio e opportunità occupazionali, promettendo di cambiare rapidamente la nostra vita, conducendoci nell’umanesimo digitale.

L’economia dei dati si basa sulla competenza, da parte delle istituzioni e delle imprese, di sapersi orientare nella sempre crescente abbondanza di informazioni digitali, consentendo loro di incrementare le proprie performance. Il cittadino/cliente/utente è quindi al centro del sistema economico, i suoi dati sono preziosi per le imprese e per la comunità.

La pandemia ci ha fatto comprendere ancora di più la centralità dei dati nella dimensione sia della comprensione dei fenomeni, ma anche in quella meno nota della strategic forecast. Il Covid 19 ha anche mostrato il divario – sempre maggiore – tra le aziende mature, capaci di accelerare la propria strategia basandosi sui dati, e quelle più tradizionaliste: proprio l’approccio analitico ha permesso loro di reinventarsi e riorientare i propri servizi quasi in tempo reale.

Quello che assurge con maggiore evidenza nel panorama italiano è che le forti potenzialità dei dati non vengono purtroppo appieno sfruttate (tralasciando le sempre presenti Big Tech).

Invero, secondo uno studio condotto dalla società Ernst & Young nell’ottobre 2020, in Italia l’economia dei dati potrebbe generare circa 50 miliardi di euro, il 2,8% del Pil nazionale,ricordando che il nostro Bel Paese – sebbene generi il 20% dello Zettabyte di dati (ovvero la settima potenza di 1.000) prodotti all’anno dall’Europa- ne sfrutta solo il 10%. Un’occasione persa, ma non del tutto!

Un’ulteriore analisi condotta dall’Osservatorio Big Data & Business Analytics del Politecnico di Milano ha fatto emergere le criticità presenti nel sistema, evidenziando come meno del 30% delle Pmi adottino soluzioni in cloud, e solo una su due ha compiuto degli investimenti in attività di analisi dati lo scorso anno.

In questo scenario non resta che rimboccarci le maniche e iniziare a porre le basi strategiche e operative per la ripartenza della nostra economia, anche di quella della data economy, anche grazie alle risorse stanziate dall’Ue nell’ambito del Recovery Plan.

Al cluster “digitalizzazione, innovazione e cultura” il governo italiano destinerà circa 45 miliardi di euro, con l’obiettivo auspicabile di fare investimenti mirati nel settore delle infrastrutture digitali (comprese le reti ad alta velocità ed il 5G), riducendo il gap a livello europeo e diffondendo maggiormente la cultura dell’economia dei dati. Anche grazie all’aiuto di nuovi operatori professionali con una formazione evoluta (nell’ambito del cloud computing, della cybersecurity, dell’intelligenza artificiale e della robotizzazione) in grado di supportare e guidare le imprese nel loro percorso.

Secondo lo “European data market study” (pubblicato della Commissione europea il 6 luglio 2020), i lavoratori attivi in questo settore nell’Ue entro il 2025 sono stimati in 8,4 milioni, con un saldo positivo tra il 2020 ed il 2025 di 1,8 milioni di nuovi posti di lavoro creati dalla datasfera europea.

Concludendo, la maggior parte delle aziende italiane dovrà, per fare fronte ai cambiamenti dettati dall’innovazione e per cavalcare l’onda della data economy, adottare anche azioni di reskilling (formazione e corsi di aggiornamento) del personale già presente in azienda.

Fabio Manfrè