• 04/12/2022

Employer branding e internazionalizzazione: il 2022 lancia la sfida delle competenze

 Employer branding e internazionalizzazione: il 2022 lancia la sfida delle competenze

I risultati di uno studio dell’Osservatorio “Imprese, startup, lavoro, export, credito e connettività” realizzato da Confartigianato

«Estero, innovazione, competenze ed employer branding sono le parole chiave di questo 2022, ed è bene che le aziende comprendano di dover lavorare il prima possibile su tutti i fronti»: così il presidente di Confartigianato Varese, Davide Galli, riassume i dati chiave dell’Osservatorio “Imprese, startup, lavoro, export, credito e connettività” realizzato da Confartigianato Lombardia per l’associazione di viale Milano.

«I numeri ci dicono che nei primi nove mesi del 2021 l’export di prodotti manifatturieri, a dispetto delle limitazioni Covid, in provincia ha segnato un +7,7% rispetto allo stesso periodo del 2019, performando meglio della media lombarda, ferma al 5,2%: nel commentare questo trend non possiamo che ribadire il ruolo decisivo dei mercati esteri sulla bilancia commerciale delle nostre imprese». «Certo – aggiunge Galli – esplorare Paesi stranieri è un processo che non contempla improvvisazioni: occorre conoscere il territorio, i suoi usi e costumi, la strategia di negoziazione e le regole doganali». Fondamentali anche la padronanza della lingua e la capacità di gestire una relazione continuativa, che affianchi al prodotto anche il relativo servizio di supporto.

Hanno trainato più di altri l’economia del territorio i prodotti farmaceutici di base e i preparati farmaceutici (+60,3%), gli articoli in pelle (escluso abbigliamento) (+58,3%), i computer e i prodotti di elettronica e ottica; gli apparecchi elettromedicali di misurazione e gli orologi (+34,2%), le bevande (+32,7%), gli articoli di abbigliamento (anche in pelle e in pelliccia) (+25,5%), i prodotti chimici (+13,1%). A questi, per caratteristica del territorio, seguono i prodotti in metallo, le apparecchiature elettriche, la carta e derivati e gli articoli in gomma plastica. «Abbiamo l’intero spettro del manifatturiero locale e questo indica che le opportunità ci sono e che, ben preparate e strutturate, tutte le aziende hanno una chance per guardare oltre i confini locali» argomenta Galli, che suggerisce l’opzione di un affiancamento professionale come soluzione idonea alle piccole e medie imprese nel processo di avvio dell’internazionalizzazione.

MISMATCH OCCUPAZIONALE

L’altro elemento distintivo della congiuntura è, per Galli, il permanere di un forte mismatch occupazionale, proprio nel momento in cui le assunzioni godono di salute discreta, in considerazione del fatto che le entrate previste dalle imprese del manifatturiero e dei servizi per i primi tre mesi dell’anno (17.090) risultano pari a quelle previste per lo stesso periodo pre-pandemia. Una evidenza fa sopravanzare Varese rispetto alla media regionale, in calo del 3,3%.

Le figure professionali per cui è previsto un maggior numero di ingressi sono: personale non qualificato nei servizi di pulizia e in altri servizi alle persone (750), personale di amministrazione, di segreteria e dei servizi generali (640), tecnici delle vendite, del marketing e della distribuzione commerciale (510), tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione (500), cuochi, camerieri e altre professioni dei servizi turistici (460), operai nelle attività metalmeccaniche ed elettromeccaniche (440).

Distinguendo le imprese per dimensione si osserva che il 58,3% delle entrate sono previste in micro e piccole imprese con meno di 50 addetti. Mentre, rispetto allo stesso periodo pre-pandemia, si registra una crescita delle entrate preventivate, del 7,4%, per le imprese con oltre 250 dipendenti e dello 0,5%, per quelle con 1-49 dipendenti.

LE FIGURE INTROVABILI

«In questo contesto stupisce che la quota di imprese che riscontra difficoltà nel reperire le figure professionali ricercate sia a quota 39,7%, valore superiore a quello del gennaio 2020 (38%)» si interroga Galli, ricordando che a inizio anno i più difficili da assumere per le imprese varesine sono gli specialisti in scienze informatiche, fisiche e chimiche (77%), gli operai specializzati nell’edilizia e nella manutenzione degli edifici (67,2%), i tecnici in campo informatico, ingegneristico e della produzione (63,2%), i tecnici della sanità, dei servizi sociali e dell’istruzione (62,5%), i conduttori di mezzi di trasporto (55,9%), gli operatori della cura estetica (51,8%), i farmacisti, i biologi e gli altri specialisti delle scienze della vita (51,7%), i cuochi, camerieri e gli altri professionisti dei servizi turistici (51,5%) e gli operai nelle attività metalmeccaniche (51,5%).

«È evidente che permane un mismatch occupazionale importante, ormai quasi cronico. Ricordo che, per superarlo, dobbiamo investire nell’alta formazione professionale degli Its, allargando l’attuale range di competenze assicurate dai quattro già attivi in provincia di Varese» suggerisce Galli, annunciando che verrà fatta una campagna di informazione e conoscenza mirata «affinché gli imprenditori si mettano a disposizione degli studenti, li accolgano nelle proprie aziende e sappiamo sostenerli nel percorso formativo: non possiamo chiedere sacrifici e investimenti sul lavoro ai soli giovani, è indispensabile che ciascuno faccia la propria parte ed è necessario farla da subito».

DIVENTARE IL “POSTO IDEALE”

In parallelo le aziende dovranno imparare a fare employer branding, ovvero dovranno far percepire sé stesse come luogo di lavoro ideale al quale affidarsi per un periodo di tempo lungo grazie al tasso di benessere e di soddisfazione in grado di assicurare ai dipendenti: «La crisi demografica importante e il fenomeno della great resignation, delle dimissioni spontanee, importato dagli Usa, segnano uno spartiacque tra il passato e il presente – spiega il presidente di Confartigianato Varese – Oggi acquisire competenze elevate, e trattenerle, non è semplice per una piccola e media impresa, anche per la progressiva contrazione demografica che riduce il numero di nuovi talenti sul mercato». «Per questo motivo è indispensabile che anche le pmi investano su sé stesse, sul proprio sviluppo, sull’innovazione digitale e green, affinché diventino luoghi di lavoro attrattivi per le figure professionali altamente specializzate delle quali hanno grandissimo bisogno». L’alternativa è il progressivo invecchiamento del corpo aziendale e un inevitabile depauperamento ostativo della crescita. «Una deriva che non possiamo permetterci se non pagando un prezzo altissimo alla crescita e al benessere dell’intero territorio» conclude Galli.

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