• 04/12/2022

Fissiraga, dall’allevamento nasce l’economia circolare

 Fissiraga, dall’allevamento nasce  l’economia circolare

Da sinistra: Enrico, Carlo, Alessandro e Antonio Boselli dell’azienda agricola Fissiraga

“Quello che noi chiamiamo tradizione, per i nostri padri è stata innovazione“, era la parola d’ordine a Expo 2015. Un’occasione sfruttata solo parzialmente

Intervento di Antonio Boselli, titolare dell’azienda agricola Fissiraga ed ex presidente Confagricoltura Lombardia.

«Si è data molta più enfasi alla alimentazione e meno a un vero confronto su come affrontare la sfida di alimentare, a come nutrire, in modo sostenibile, 10 miliardi di persone nel 2050

È stata comunque una ulteriore occasione per mostrare al mondo la nostra cultura, i nostri paesaggi, il nostro modo di fare agricoltura e le nostre eccellenze tradizionali alimentari. Ed è questo connubio tra tradizione e innovazione che contraddistingue il lavoro che stiamo portando avanti nell’azienda agricola Fissiraga, che conduco insieme a mio fratello Enrico, a mio figlio Alessandro e mio nipote Carlo.

L’azienda, di circa 110 ettari, si trova in provincia di Lodi, in una zona ricca d’acqua e da sempre vocata alla zootecnia, e dispone di una stalla per 120 vacche adulte, e un centinaio di capi giovani. Siamo anche soci di una cooperativa che gestisce un impianto di biogas da 1 mega di potenza, dove confluiscono le deiezioni delle tre stalle socie e parte dei prodotti aziendali non destinati alla produzione di alimenti per gli animali. Con la costruzione dell’impianto di biogas, 10 anni fa, è cominciata la svolta della azienda agricola, sospinta dalle giovani leve, verso una economia circolare e con una particolare attenzione alla sostenibilità, declinata in economica, ambientale e sociale.

La sfida della sostenibilità guida tutte le scelte che anche in agricoltura andremo a intraprendere per i prossimi anni a venire. Una sfida che è stata acuita da una sempre maggior consapevolezza dell’importanza di preservare il più possibile le risorse naturali e ambientali e poi questa pandemia, che ci ha visto sempre in prima linea perché non ci siamo mai fermati nelle nostre produzioni, che ha messo a nudo tutti i problemi della nostra filiera alimentare. Offerta frammentata, ancora troppa poca cooperazione per trasformare i prodotti agricoli, filiere troppo lunghe, solo per citarne alcuni.

La pandemia ha aiutato a riscoprire i prodotti del territorio, le persone avevano più tempo da dedicare alla cucina, ma volevano prodotti sicuri, certificati e sostenibili, meglio se portati direttamente a casa dal produttore, altra evoluzione o rivoluzione con cui dovremo confrontarci. Ma la pandemia ha dimostrato anche la fragilità di una globalizzazione selvaggia, che ha visto sconvolti i commerci internazionali, che ha dimostrato la debolezza di affidarsi ad altri per la produzione di beni di prima necessità (cibo, farmaceutica ed energia).

E anche nelle nostre scelte aziendali stiamo accettando questa sfida. Si è però partiti dai solidi principi della più classica e tradizionale agricoltura: lavorazioni fatte al momento giusto, rotazioni colturali, utilizzo del letame per aumentare la sostanza organica, utilizzo di colture autunno-vernine per avere sempre i campi coperti da vegetazione anche in inverno. Da queste basi è partita una vera e propria “rivoluzione”, tuttora in fase di evoluzione, innescata dalla messa in esercizio dell’impianto a biogas che, oltre a diversificare le fonti di reddito, ha radicalmente modificato la nostra organizzazione nella lavorazione dei terreni.

Il sottoprodotto dell’impianto a biogas, dopo la formazione del biometano utilizzato per produrre energia elettrica, è il “digestato“ utilizzato come concime e ammendante dei terreni, che ci ha permesso fin da subito di azzerare completamente l’utilizzo di concime chimico, facendo dell’azienda un prototipo di economia circolare. Per sfruttare al meglio questa risorsa, occorre che il digestato venga interrato nel terreno, e questa distribuzione, fatta con un erpice che effettua una prima lavorazione del terreno, permette di evitare l’aratura e una prima erpicatura, con un risparmio di tempo ed energia, e quindi con meno CO2 prodotta per ettaro lavorato (agricoltura conservativa).

Per poter alimentare stalla e impianto il terreno ad esclusione dei medicai e dei prati, viene coltivato con doppie colture, primaverili ed autunno-vernine che permettono di avere i terreni sempre coperti di vegetazione e che quindi possono assorbire molta più CO2 ed avere minore perdite di dilavamento ad opera delle piogge. La minima lavorazione conservativa garantisce una migliore gestione dei terreni e di tutto il microcosmo che li popola, lombrichi in primis. Dopo aver azzerato uso dei concimi, anche per i fitofarmaci stiamo operando scelte che ci stanno permettendo una riduzione del loro utilizzo, ad esempio utilizzando corrette rotazioni, seminando i cereali autunnali e i loietti molto fitti per soffocare le malerbe (non distribuendo quindi diserbanti), utilizzando un mix tra lavorazioni meccaniche e diserbi per le colture primaverili. Certo se potessimo seminare OGM, che peraltro utilizziamo per alimentare il bestiame, ma non possiamo coltivare, potremmo ulteriormente abbassare l’uso della chimica. Speriamo che le nuove tecniche di selezione (Tea tecnologie di evoluzione assistita, basate sul genome editing), che non prevedono inserimento di geni di specie diverse, vengano presto autorizzate per avere nuove varietà di piante più resistenti a insetti, siccità, funghi, e che sappiano meglio trasformare le risorse messe a disposizione».

Per approfondimenti:

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