• 04/12/2022

Il valore delle BUONE NOTIZIE soprattutto in tempi difficili

 Il valore delle  BUONE NOTIZIE soprattutto in tempi difficili

Elisabetta Soglio

Intervista a Elisabetta Soglio, giornalista del Corriere della Sera, responsabile del settimanale “Buone Notizie – L’impresa del bene

Buone Notizie è il settimanale del Corriere della Sera che racconta le buone pratiche e le storie positive di impegno e solidarietà per dare voce all’Italia che non si arrende, ai singoli volontari, ai giovani che fanno impresa sociale, alle associazioni, fondazioni, cooperative, scuole, università, aziende che operano nella logica della responsabilità sociale. Esce ogni martedì, in omaggio con il Corriere

Le cattive notizie riscuotono da sempre grande successo, quelle buone o non emergono o si pensava non avesse senso raccontarle. Come è iniziata l’avventura del Corriere Buone Notizie?

«All’epoca, avvertivo fortemente la necessità di ritrovare il senso civico e il valore civile della mia professione di comunicatrice e giornalista. Coordinando il progetto Casa Corriere ad Expo 2015 avevo conosciuto da vicino Cascina Triulza, che per la prima volta aveva dato spazio al mondo del non profit all’interno di una esposizione universale. Ogni tanto passavo a trovarli e, pur avendo avuto esperienze e conoscenze pregresse nel Terzo settore, mi sono accorta che c’era un potenziale enorme, una ricchezza molto vasta che nessuno però conosceva. Così ho pensato di fare una proposta al mio giornale, per dare voce, fare da megafono a questo universo, alle buone pratiche che percorrono il Paese da nord a sud, che nessuno pensava fosse interessante raccontare perché non erano Notizie, con la N maiuscola.

 

 

Il progetto è stato lungamente discusso e valutato all’interno del giornale, ma si è concretizzato quando è diventato direttore Luciano Fontana, che spesso, durante presentazioni o interventi in diverse occasioni, si sentiva rivolgere la domanda: ma perché non ci racconta anche qualche buona notizia?

Nel frattempo, avevo iniziato a costruire un Comitato scientifico, coinvolgendo persone che avevo conosciuto grazie alla mia professione e che mi hanno aiutata a definire meglio il progetto, che infine è stato sottoposto all’editore. Siamo andati in edicola nel settembre 2017, considerando l’uscita una sorta di prova. Sono passati cinque anni e siamo ancora qua. Il giornale nel tempo è cresciuto, affiancando la crescita e lo sviluppo del Terzo settore. Il Corriere Buone Notizie è nato nell’anno della riforma del Terzo settore, che tra l’altro non è ancora giunta a compimento. Poi è arrivata l’Agenda 2030 con i suoi goals, il grande tema della sostenibilità, i bilanci di sostenibilità delle aziende…

In questi anni il Terzo settore ha iniziato a cambiare, a dotarsi di strutture più definite, più professionali, di figure più competenti, a porsi il problema della valutazione d’impatto delle azioni realizzate. Si è passati dal “fare del bene” genericamente inteso dalle brave persone che ci mettono il cuore, a far parte sistemicamente e costruttivamente del processo di sviluppo del Paese. È stato un passaggio prima di tutto culturale. E noi l’abbiamo raccontato, forti dell’autorevolezza e della credibilità di una testata come il Corriere della Sera. Abbiamo contestualizzato il settore correlandolo alla politica, all’economia, alla società. Era il momento giusto per farlo e credo abbiamo saputo cogliere l’occasione, interpretare il nostro tempo. Dieci o quindici anni prima non sarebbe stato possibile».

Due anni di pandemia e negli ultimi mesi lo scoppio della guerra, come hanno influito sulla vostra capacità di racconto?

«All’inizio abbiamo avuto qualche difficoltà, qualche perplessità, anche. Perché ci chiedevamo: come possiamo uscire con una testata di buone notizie mentre vediamo sfilare i camion con le bare a Bergamo? Ci sembrava una mancanza di sensibilità, abbiamo immaginato che qualcuno potesse sentirsi urtato nella propria sensibilità. Stessa cosa quando è scoppiata la guerra.

Poi, riflettendo, abbiamo capito che era necessario mettere in luce tutto quanto di buono si riusciva comunque a fare. Pubblico, privato, tutti coloro che hanno provato e fatto la differenza in momenti di estrema difficoltà. Ci siamo concentrati su questo cercando di non dimenticare tutti gli altri. Al momento, ad esempio, ci stiamo rendendo conto che raccontare solo la guerra non va bene, perché nel frattempo occorre continuare a trovare soluzioni efficaci anche a tanti altri problemi. E chi lo fa non può essere ignorato.

Da antesignani del racconto delle buone notizie cerchiamo di continuare a dare un’immagine positiva del futuro, soprattutto per i giovani che hanno invece una percezione sempre più oscura. Tra cambiamento climatico, pandemia, isolamento, dad, solitudine, hanno cominciato ad assorbire l’idea di un futuro senza sogni, popolato da incubi».

In questo scenario il fare sistema tra pubblico e privato e privato sociale dovrà arrivare a definire nuovi modelli capaci di dare risposte efficaci. Cosa possiamo fare perché vengano attuati?

«Innanzitutto, li raccontiamo. La prossima copertina di Buone Notizie (quella di martedì, 28 giugno ndr) sarà sulla Yolo Economy, per raccontare i giovani che scelgono il lavoro nomade perché mettono al primo posto dei loro valori la qualità della vita. Nel numero successivo presenteremo il Rapporto Giovani 2022 dell’Istituto Toniolo, che restituisce un quadro preoccupante sui 18/30enni, che escono “stonati” da questi anni di emergenza globale. Hanno minore progettualità sul futuro, guardano di più al presente e chiedono qualità di vita. Scelgono in base ai valori, sono alla ricerca di valori, anche in maniera un po’ confusa perché fanno fatica a orientarsi. Aumento il numero dei Neet, di ragazze e ragazzi che hanno bisogno di ricorrere a cure psicologiche e psichiatriche per via dei disturbi dell’alimentazione, della depressione, dell’ansia.

Proprio perché faticano a trovare risposte, scelgono di avere più tempo libero a disposizione, scelgono lavori che consentano un equilibrio diverso, a favore della qualità della vita. È cambiato il rapporto con la dimensione del lavoro. Noi pensavamo che identificarsi con la professione, perdere la cognizione del tempo per realizzarsi nel lavoro, dedicare anima e corpo alla carriera, fosse fantastico, appagante. Loro chiedono di lavorare da casa o comunque da remoto per gestire il tempo in funzione dei loro interessi di vita. Lasciano contratti con stipendi soddisfacenti a favore di altri che consentono maggiore libertà. Vogliono condividere la visione e i valori delle aziende con cui lavorano. Si riconoscono in modelli come quelli di Olivetti o Ferrero. La loro ambizione principale non è realizzarsi nel lavoro e nemmeno forse nella famiglia, ma riuscire a trovare un benessere personale. Hanno capito che se non stanno bene con se stessi non possono stare bene con gli altri, non possono costruire relazioni di qualità».

A proposito del mismatch tra domanda e offerta di lavoro, sulla necessità di supportare l’orientamento alle materie STEM, soprattutto in ambito di genere, come affrontate il tema?

«Ospitiamo spesso, nei Dibattiti delle idee, interventi di docenti universitari che stanno approfondendo il tema della costruzione di percorsi per invogliare soprattutto le ragazze a ad avviarsi appunto alle materie STEM. È un argomento di cui ci occupiamo costantemente, anche con contributi delle principali Università italiane, che hanno attivato strutture di orientamento, avvicinamento e sostegno delle professionalità femminili.

Abbiamo anche raccontato la realtà degli istituti professionali e la necessità di una loro valorizzazione per far sì che diventino appetibili per i giovani che non hanno interesse a una formazione universitaria e vorrebbero entrare più velocemente nel mondo del lavoro».

Che cosa ha portato Buone Notizie al mondo dei media? Qual è la sua legacy?

«Sono contenta quando vedo che il mondo dei media, della televisione e anche della carta stampata, si sta orientando sul cominciare a valorizzare le buone pratiche. Lo sono perché penso che il valore aggiunto sia raccontare il Paese che ce la fa concretamente, nel quotidiano, che produce cambiamento, sviluppo e speranza reale. Tutti si riempiono la bocca di resilienza e sostenibilità. Quelli che le mettono in pratica devono poter spazio, voce, luce».

Giuliano Bianucci

Direttore responsabile - giuliano.bianucci@lombardiaeconomy.it

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