• 04/12/2022

La missione educativa alle scienze è il fiore all’occhiello di Milano

 La missione educativa alle scienze è il fiore all’occhiello di Milano

Milano, oltreché la capitale del lavoro e dell’alta moda, è anche la capitale della scienza. Nel suo tessuto territoriale, custodito all’interno di un monastero del XVI secolo, si trova il Museo nazionale della scienza e della tecnologia Leonardo Da Vinci, attualmente il museo tecnico-scientifico più importante d’Italia, nonché centro di eccellenza in Europa nell’educazione alle Stem (science, technology, engineering and mathematics). Oltre che per la ricchezza dell’aspetto espositivo, si distingue per l’impegno educativo e di diffusione della conoscenza dei fenomeni scientifici. L’istituzione nel 2009 del Crei, Centro di ricerca per l’educazione informale, ha consolidato tale impegno. Lombardia Economy ne ha parlato con Maria Xanthoudaki, direttore education del museo

Maria Xanthoudaki

Partiamo dai numeri: quanti progetti e laboratori interattivi ha all’attivo il museo?

«Il museo è coinvolto, come coordinatore, partner, promotore, in numerosi progetti a livello regionale, nazionale e internazionale, nei quali collabora con altri musei o science centre, istituzioni di formazione, insegnanti e studenti. L’obiettivo è non solo allargare l’azione del Museo sul territorio, ma anche approfondire il rapporto con diversi interlocutori, scambiare esperienze e competenze, e aiutare in modo attivo all’educazione alla scienza e alla tecnologia. In particolare, i laboratori educativi offrono una serie di programmi costruiti su misura delle diverse tipologie di visitatori: studenti di ogni ordine e grado, insegnanti, pubblico adulto e famiglie. Attualmente abbiamo in corso quattordici laboratori interattivi e tre temporary lab. Ogni anno sono 150.000 gli studenti coinvolti. Tutti questi progetti hanno come focus l’educazione alle Stem, per lo sviluppo delle competenze del ventunesimo secolo sin dalla primissima infanzia».

 Quando è nato il dipartimento educativo?

«Questa è una buona domanda, anche se devo dire che non c’è una data precisa. Mi spiego meglio. In realtà il lavoro educativo del museo è nato con il museo stesso, nel lontano 1953. Sin dagli inizi si è contraddistinto per la sua forte missione educativa, in particolare rivolta alle nuove generazioni. Il primo laboratorio è nato precisamente nel 1955 e si chiamava Centro di Fisica. Già allora il nostro fondatore Guido Ucelli sosteneva che la scienza dovesse essere sperimentata in prima persona, vissuta e non soltanto vista nelle esposizioni, che erano certamente importanti per un Museo di Scienza e Tecnologia che stava nascendo in quegli anni. Ha quindi creato uno spazio sperimentale, nel quale insegnanti e studenti venivano invitati a mettersi alla prova in prima persona.

Da lì è nata una tradizione, una sensibilità verso il ruolo educativo del museo che si è poi evoluta e consolidata nel corso dei decenni. Negli anni novanta ha raggiunto un picco: proprio in quel periodo sono nati i primi laboratori interattivi strutturati con modelli simili a quelli che abbiamo attualmente.

Un altro momento importante è stato il passaggio del museo a fondazione. Una trasformazione che ha fatto fiorire il suo lavoro educativo e nel contempo ha permesso di ampliare il suo dipartimento, che passo dopo passo si è evoluto sino alla sua forma attuale. Stiamo parlando di una lunga storia costellata di numerosi eventi significativi, per questo non possiamo identificare una data precisa per la sua nascita».

In cosa consistono i programmi educativi del Centro di ricerca per l’educazione informale (Crei) e quali sono le sue finalità?

«Partiamo col dire che è nato nel 2009 come centro di ricerca, sperimentazione e pratica di metodologie, strumenti e attività sull’educazione informale. Attualmente è una struttura interna e permanente composta da esperti nei campi delle scienze, dell’educazione scientifica, della pedagogia, dell’educazione informale, della ricerca educativa, che curano tutte le fasi del lavoro, dall’ideazione all’erogazione dei programmi educativi del museo.

Questo centro quindi si occupa fondamentalmente di 3 ambiti: la ricerca nelle metodologie di educazione e di apprendimento attraverso e il museo; la pratica e lo sviluppo professionale delle persone che lavorano nei servizi educativi dei musei e science center; la pratica e lo sviluppo professionale degli insegnanti”.

L’attività di formazione, educazione e avvicinamento alla scienza del museo non si rivolge soltanto agli studenti, ma a tutti i cittadini in generale. Il programma “A tu per tu con la scienza” in cosa si concretizza?

«È un programma che ha l’obiettivo di creare dei contesti di dialogo informale e di rapporto diretto tra comunità scientifica e cittadini. Lo fa in diversi modi, utilizzando format differenti, nei quali cittadini e ricercatori si trovano allo stesso livello e hanno così modo di conoscere reciprocamente l’uno il mondo dell’altro.

Un esempio importante di incontro è la Notte Europea dei ricercatori, che ha permesso di accogliere all’interno del museo migliaia di cittadini. Ora sono due anni che non viene organizzata per via della pandemia, ma siamo speranzosi di poter riprendere l’appuntamento il prossimo settembre.

Ci sono poi appuntamenti insoliti come lo speed date, incontri uno a uno, un cittadino e un ricercatore, nei quali i due partecipanti cercano di conoscersi attraverso un dialogo aperto e privo di condizionamenti».

Qual è l’impatto dell’impegno educativo-scientifico del museo su Milano? Qual è il suo rapporto con la città?

«Partirei dal fatto che molto spesso e da tantissimi anni ci sentiamo dire che il nostro è il Museo dei Milanesi. Sono tante le persone che arrivano al museo e ci raccontano che la prima volta sono venuti da noi con la scuola o con i nonni, quando erano bambini. È un ricordo piacevole che spinge loro a tornare magari con i loro figli, per un momento di convivialità, che offre spunti interessanti anche per i più piccoli. C’è inoltre una comunità di insegnanti che torna costantemente, sia per corsi di formazione, sia per portare le proprie classi.

Le scuole di Milano sono infatti molto vicine al Museo, con diversi istituti abbiamo anche delle collaborazioni stabili: sono sempre pronti a collaborare con noi quando si presenta l’opportunità di introdurre nuovi progetti, nuove attività innovative o nuovi metodi per imparare ad apprendere le scienze. Abbiamo anche collaborazioni con istituzioni di ricerca. Sono molteplici dunque le opportunità per creare dei legami con i vari soggetti, istituzionali e non, di Milano. È senza dubbio il Museo della città. Un punto di riferimento familiare, oltreché scientifico».

Sul sito si legge testualmente: “Al Museo lavoriamo per creare consapevolezza nei ragazzi e nelle ragazze sulla varietà delle carriere scientifiche con attenzione alla parità di genere”. Quanto è importante oggigiorno essere consapevoli e avere un occhio critico sulla realtà, per poter evolvere come individui e di riflesso come società?

«È certamente fondamentale. La consapevolezza fa parte del nostro vivere e affrontare la quotidianità nella società e le sue trasformazioni. È lo strumento necessario per poter esprimerci anche su temi scientifici, poterli comprendere anche se non siamo dei tecnici. D’altronde la vita è completamente permeata di scienze e tecnologie, quindi è fondamentale essere consapevoli».

Cosa rende realmente accessibile la cultura tecnico-scientifica a tutti i cittadini?

Quello su cui dovremmo puntare è il capitale scientifico dei cittadini, ovvero quel bagaglio di conoscenze relative al mondo della scienza (non necessariamente conoscenze tecniche), che ogni individuo costruisce man mano nella propria vita e che va a definire il suo personale punto di vista, lo sguardo attraverso il quale affronta, processa e comprende le cose.

Sono questi gli elementi che dobbiamo prendere in considerazione quando costruiamo progetti e creiamo delle opportunità per rendere accessibile la scienza. Non è quindi una questione di semplificare, né tantomeno banalizzazione la scienza, per renderla accessibile a chiunque. Bisogna creare situazioni che collegano gli ambiti scientifici con il capitale scientifico dei cittadini. Solo così possiamo trovare la cosiddetta soglia d’ingresso al terreno della compatibilità, per iniziare a costruire delle competenze e delle conoscenze nuove, sempre adottando dei modelli partecipativi».

Per approfondimenti:

www.museoscienza.org/it

Beatrice Elerdini

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