• 28/05/2024

Max Ernst a Palazzo Reale: parola d’ordine meraviglia

 Max Ernst a Palazzo Reale: parola d’ordine meraviglia

Dove nascono i capricci – 1958

Se, complici le imminenti festività natalizie, capitate a Milano e decidete di regalarvi una mostra di quelle destinate ad essere ricordate anche negli anni avvenire, la redazione di Lombardia Economy vi segnala “Max Ernst”: la prima retrospettiva italiana dedicata al grande artista tedesco, ospitata a Palazzo Reale fino al 26 febbraio 2023

La mostra, promossa e prodotta da Comune di Milano-Cultura e da Palazzo Reale con Electa, in collaborazione con Madeinart, è curata da Martina Mazzotta e Jürgen Pech e offre ai visitatori oltre 400 opere tra dipinti, sculture, disegni, collages, fotografie, gioielli e libri illustrati provenienti da musei, fondazioni e collezioni private, in Italia e all’estero, alcuni dei quali non venivano esposti al pubblico da parecchi decenni.

Un’occasione ghiotta per chi vuole conoscere uno dei maggiori esponenti del Surrealismo che attraversa circa settant’anni di storia del XX secolo, tra Europa e Stati Uniti, tra cui due conflitti mondiali, il nazismo, le avanguardie del 900. Instancabile sperimentatore dai molteplici interessi: dall’arte alla filosofia, dalla poesia alla psicologia, dalla scienza all’alchimia, nella sua opera coesistono la complessità del suo tempo, la sua costante ricerca, gli amori di una vita.

L'angelo del focolare
L’angelo del focolare

È curioso – ma probabilmente anche significativo, forse addirittura premonitore di nuove tendenze – che proprio in questi anni dominati dai social e dall’autopromozione più esasperata si decida di celebrare l’opera di un autore del tutto alieno da qualsiasi logica di sfruttamento commerciale delle sue opere e di sé stesso. Al contrario, Max Ernst per tutta la vita si fece guidare dalla sua instancabile curiosità verso tutta la realtà, sperimentando lungo la sua pluridecennale carriera, formati, tecniche e linguaggi sempre diversi, con una freschezza di sguardo difficilmente rintracciabile nella produzione contemporanea dove tutti gli artisti sembrano più che altro preoccupati di costruire un brand facile da comunicare per trovare un posto riconoscibile (e monetizzabile) nell’offerta del mercato.

I visitatori della mostra sono invitati a compiere un viaggio nello spazio e nel tempo, a partire dall’infanzia e la formazione in Germania (dal 1891 al 1921). Max fu profondamente influenzato dal padre, insegnante per sordi, ma anche pittore dilettante, al rigore e alla severità del genitore deve il suo temperamento ribelle e la scelta della pittura come professione nonostante gli studi in filosofia, psicologia e psichiatria. La sua vita di artista fu interrotta bruscamente dallo scoppio della prima guerra mondiale. Max fu mandato a combattere sia sul fronte occidentale che su quello orientale.

Segue il periodo francese (dal 1922 al 1940) dove una sosta è d’obbligo alla casa affrescata di Eaubonne, di cui la mostra ripropone una ricostruzione, integrata con frammenti originali, dove Ernst visse il ménage a trois con Gala e Paul Éluard. Sono gli anni degli amori: da Marie-Berte Aurenche a Leonora Carrington (di ventisette anni più giovane, anche lei esponente della corrente surrealista), delle amicizie e le collaborazioni con tanti protagonisti delle avanguardie, dell’affermazione del Surrealismo e le sperimentazioni, dell’avvento della seconda guerra mondiale, la prigionia da “artista degenerato” ricercato dai nazisti.

A questo tumultuoso periodo segue la fase americana (1941-1952) con l’esilio negli Stati Uniti, organizzato grazie al supporto del figlio Jimmy e soprattutto di Peggy Guggenheim, che l’artista sposerà per un breve periodo e a cui seguirà un ulteriore matrimonio con Dorothea Tanning, il trasferimento a Sedona, in Arizona, nella casa costruita e decorata dalla coppia digli artisti.

E infine il ritorno in Europa (dal 1953 al 1976) in cui da una parte è l’antichità a divenire fonte d’ispirazione per la produzione artistica di Ernst (basti pensare alla rivisitazione della Pietà o la rivoluzione di notte) ma allo stesso tempo non rimane immune alla fascinazione della scienza che diviene un’interlocutrice privilegiata dell’arte dando vita a sguardi originalissimi sul cosmo attraverso l’astronomia, l’antropologia, la fisica e la patafisica.

Pietà o La rivoluzione di notte
Pietà o La rivoluzione di notte

È evidente come arte e vita si intreccino, divenendo quasi indissolubili all’interno della sconfinata produzione di Ernst. Questo aspetto indubbiamente affascinerà il visitatore, che però non è chiamato solamente ad un viaggio esteriore sulle orme di Max e della sua avventurosa esistenza, ma ad un altro viaggio altrettanto ricco e imprevedibile, che è un viaggio tutto interiore tra rimandi simbolici e allegorie, tra suggestioni oniriche ed enigmi indecifrabili.

Cosa ci vedi in questo quadro? Capita di captare tra i commenti dei visitatori, soffermandosi davanti a quadri come Oedipus Rex o Gli uomini non ne sapranno nulla. La risposta non è mai univoca e scontata. Per trovare una risposta plausibile non occorre fare appello alla logica o alla conoscenza, ma al moto di libertà che ci suggerisce la coscienza libera di fluttuare nei capovolgimenti di senso, nelle praterie sconfinate dell’irrazionalità.

I bambini, naturalmente privi di sovrastrutture ideologiche o concettuali, in questo sono molto più facilitati. Gli adulti che vogliono godere della mostra in libertà possono lasciare il proprio fardello di logiche e idee preconcette nel comodo deposito bagagli di Palazzo Reale, appena di fronte alla biglietteria.

 Gli uomini non ne sapranno nulla
Gli uomini non ne sapranno nulla

Se alla fine del percorso usciranno carichi di meraviglia, avranno onorato la memoria di Max Ernst, che per tutta la vita ha fatto dello stupore la cifra distintiva della sua arte immaginifica.

Foto di Marco Piani

Maria Salerno

Giornalista - maria.salerno@toscanaeconomy.it

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