• 24/10/2021

Nio Cocktails, il mixed in Italy alla conquista dell’estero

Alessandro Palmarin, co-founder e Sales director di Nio Cocktails

Intervista ad Alessandro Palmarin, co-founder e Sales director dell’azienda “ready to drink”

Non li ha fermati nemmeno la pandemia, anzi il 2020 si è chiuso a 4 milioni di fatturato, più che quintuplicando quello del 2019, e per il 2021 si punta agli 8 milioni e ad ampliare l’organico in vista di un nuovo progetto ancora top secret. La ex start up Nio Cocktails, fondata da Luca Quagliano e Alessandro Palmarin nasce nel 2017 come fornitore b2b per retailer specializzati, concept store, hotel, ristoranti, wine store, duty free, compagnie aeree, yachting. Il prodotto? Nio, acronimo che sta per Needs Ice Only, è un cocktail pronto da bere: si presenta in bustine contenute in un cofanetto di piccole dimensioni (grande come un cd), facilmente trasportabile e che può essere conservato anche a temperatura ambiente. Si agita la confezione, si strappa l’angolo pretagliato e si versa il contenuto in un bicchiere pieno di ghiaccio. L’idea era infatti quella di portare l’arte di un barman esperto e i migliori spirits nelle mani del consumatore finale.

Parliamo di come è mutata nel frattempo la rotta e di nuove prospettive con il co-founder e sales director Alessandro Palmarin.

Luca Quagliano, Patrick Pistolesi, Alessandro Palmarin – Nio Cocktails

Avete saputo trasformare un momento potenzialmente molto difficile per il vostro business legato agli eventi in un anno di grande crescita. Quale direzione prenderete, ora che l’Italia sta riaprendo? 

«Quando è iniziata la crisi pandemica il nostro fatturato nel canale b2b rischiava di azzerarsi e ci siamo trovati davanti a un bivio: tirare i remi in barca oppure cambiare strategia. Non abbiamo esitato un secondo e abbiamo dirottato tutti gli investimenti sul business online, potenziando la nostra presenza sui social, migliorando l’esperienza eCommerce e implementando la logistica. Questa situazione ha solo accelerato un trend già presente, quello dei ready to drink, e il loro sviluppo nel mercato domestico. Noi abbiamo una naturale focalizzazione sul direct to consumer, anche se nei mercati “tradizionali” come quello italiano riteniamo sinergico avere un’importante presenza anche sul canale tradizionale: il fatturato tricolore si attesterà su un 50/50 tra business online e b2b. Diverso è il caso di mercati più evoluti come quello britannico, dove la quota dell’online è quasi il 90% dell’intero fatturato del Paese». 

Parlando di internazionalizzazione, dopo la Gran Bretagna pensate di aprire altre filiali o punterete sull’e-commerce e sui distributori?

«A oggi abbiamo tre modelli di sviluppo online. Il primo, quello più importante, è legato ai mercati dove gestiamo direttamente la distribuzione (sia D2C che B2B) e abbiamo una presenza stabile sul territorio: in questo momento Italia e Uk. Poi abbiamo i mercati che gestiamo attraverso i distributori (Australia, Svizzera, Grecia, Danimarca, Singapore e Usa di prossima apertura). Nel mezzo un modello ibrido: incominciamo ad aprire la parte D2C gestendo tutto dall’Italia con un team dedicato, come facciamo per Germania, Francia, Spagna, Olanda e Svezia. Obiettivo del 2022 aprire altre due country gestite direttamente».

Cosa rappresenta oggi il bere italiano e come volete “raccontarlo” all’estero?

«Il bere italiano è rappresentato in modo eccellente per quanto riguarda il vino. Nel mondo dei cocktail, al contrario, credo che l’Italia sia un po’ indietro rispetto ad altri paesi europei: il nostro amato “spritz”, che tante gioie ci regala in termini di volumi, ritengo abbia appiattito molto il concetto di aperitivo all’italiana, mentre esiste una grandissima corrente di mixologist italiani e Patrick Pistolesi, il nostro master bartender, ne è uno dei massimi rappresentanti. Cerchiamo di portare in tutti i paesi nei quali esportiamo i nostri cocktail anche un po’ di maestria italiana, utilizzando il claim “mixed in italy” su tutti i nostri prodotti». 

La vostra filiera produttiva e il packaging rimarranno italiani?

«La nostra produzione è a Cambiago, poco fuori a Milano, in una sede produttiva di 800mq. In tanti ci hanno proposto di delocalizzare, ma non vogliamo rinunciare al “mixed in Italy” per qualche punto in più di marginalità. Anche i nostri fornitori sono selezionati privilegiando questo principio: per esempio, quella che ci lega alla cartotecnica (Frangi di Lentate sul Seveso) è una storia di amicizia oltre al rapporto commerciale e tutti i nostri fornitori sono un po’ cresciuti con noi. Anche l’anima del nostro packaging, in bio-plastica, è sviluppata in esclusiva per noi da un’azienda italiana». 

Quale sarà secondo voi il cocktail di questa estate? 

«Puntiamo su due grandi uscite che ci chiedevano in molti consumatori da tempo: il Mai Tai e il Margarita. Il primo lo lanciamo con una collaborazione con il pluripremiato Colòn Ron, mentre il secondo, uno dei nostri best seller, viene rilanciato con una ricetta nuova con Cointreau».

Progetti speciali che ci stupiranno?«Avremo una collezione esclusiva con uno dei gin italiani più di tendenza a livello internazionale e una box speciale con un altro grandissimo brand delle bollicine (dopo Perrier che abbiamo appena lanciato). State sintonizzati sui canali di Nio Cocktails perché non ci si annoia!».

Maria Comotti